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Dopo aver conquistato non solo il pubblico mondiale ma anche l’ammirazione di band e artisti affermati in Europa e oltreoceano, dagli U2 ai Pet Shop Boys, i Scissor Sisters si sono presi quattro anni di pausa durante i quali molte cose sono cambiate, batterista compreso. Tornano ora sulle scene con un lavoro completamente nuovo, che sin dalle prime note manifesta il chiaro intento di voler ripartire da zero. Certo, la capacità di comporre melodie che si incollano inesorabilmente in testa per ore rimane, ma i brani di Night Work accompagnano ad essa un tessuto musicale più omogeneo e linee vocali più curate. L’inconfondibile falsetto di Jake Shears non può mancare, ma questa volta emerge solo qua e là senza strafare e il vocalist si addentra in tonalità più basse rivelando un nuovo aspetto interessante della sua personalità vocale. Ancora una volta le citazioni si sprecano, dai Kraftwerk al mondo visionario dei Talking Heads, dagli A-Ha ai Jamiroquai, con continui passaggi dalla chitarra new wave al synth più elettronico. Del resto la band non ha mai fatto mistero del proprio attingere a piene mani da ogni possibile artista e genere musicale, e anche se Night Work non contiene nulla di rivoluzionario o di inaspettato colpisce comunque per la freschezza e l’eterogeneità che lo pervade. Ironia ed energia sono sempre le parole d’ordine, e pur mancando ballate ai livelli di Mary o Land Of Thusands Words l’album non passa inosservato, e promette di divertire e far ballare dall’inizio alla fine.
1. “Night Work”
2. “Whole New Way”
3. “Fire With Fire”
4. “Any Which Way”
5. “Harder You Get”
6. “Running Out”
7. “Something Like This”
8. “Skin This Cat”
9. “Skin Tight”
10. “Sex and Violence”
11. “Night Life”
12. “Invisible Light”
Sono la rivelazione rock degli ultimi anni, e con soli due album pubblicati già si sono accaparrati la fama di una tra le band più significative ed influenti del decennio. La band canadese nasce nel 2003 come duo composto da Win Butler e dalla moglie polistrumentista Règine Chassagne, ma è nel 2004 che ottiene fama mondiale con una rinnovata formazione che vanta la partecipazione di numerosi musicisti, grazie alla pubblicazione di Funeral. L’attesa dunque per il terzo disco, che è considerato dai più quello di conferma e dunque il più importante e rivelatore, è moltissima, tanto che la band ha deciso di stemperarla tramite la pubblicazione via internet di un E.p. composto da 4 brani. Una sorta di anticipazione di The Suburbs, il full length che vedrà la luce nei primi di agosto. Se Ready To Start si distacca dai toni epici tramite abbondanti tastiere e The Suburbs ricorda un po’ troppo da vicino il folk rock contaminato dall’incontro coi Beatles, tocca a Month Of May stupire: si dispiega ferocemente con techno rock duro à la Primal Scream, senza per questo abbandonare la complessità strumentale propria degli Arcide Fire. Chiude questa piccola preview We Used To Wait, che si preannuncia come il nuovo inno della band, dal sapore smaccatamente new wave, intrisa di Echo & The Bunnymen e di elettronica anni ’70. Quattro brani molto diversi tra loro, che paiono testimoniare l’eterogeneità del futuro album, ma che non sono abbastanza per farsi un’idea chiara di come sarà il risultato finale: non resta che aspettare ancora qualche giorno.
La collaborazione nasce da una storia singolare: I P.G.R., ex C.C.C.P. e C.S.I. inviano l’ultima loro fatica a Battiato, che apprezza moltissimo i brani. Non altrettanto però gli arrangiamenti e le scelte sonore, così decide di metterci mano in prima persona ripescando nove brani tra i tre ultimi dischi della band. Il risultato è oscillante: Montesole, Ah!Le Monde e Come bambino asciugati e ridotti all’osso perdono efficacia e potenza comunicativa, ritrovandosi appiattite ad un pop dal sapore poco determinato. Al contrario Cavalli e cavalle rinasce nei toni epici degli archi, mentre il synth unito ad una solida struttura rock conferisce al brano una tanto profonda quanto affascinante inquietudine di fondo. Anche la rielaborazione di Orfani e vedove emerge come un piccolo gioiello nel mezzo di questa eterogenea ConFusione, grazie, ancora una volta, ad un uso sapiente del synth. Chiudono l’album tre brani tratti da Ultime notizie di cronaca, disco che segna la parabola discendente dei C.S.I. e che risente in negativo di un uso troppo smodato, e non sempre giustificabile, dell’elettronica. Così a Battiato basta ripulire i brani ed aggiungere pochi delicati arrangiamenti per migliorare le cose. A cavallo tra la collaborazione e la rivisitazione, ConFusione va preso come un gioco nel quale i musicisti si sono divertiti a cambiare vesti alle proprie canzoni, senza uno schema predefinito e senza una direzione univoca da percorrere. Il risultato altalenante e a tratti disomogeneo ne è la prova: non siamo di fronte a un progetto alto, ma ad una divertita rilettura giocosa, e in questo senso può essere apprezzata.
L’obiettivo è chiaro sin dal titolo: con questo album i Korn vogliono tornare alle proprie origini. Lo fanno in modo meticoloso, tornando a collaborare anche con il produttore del tempo degli esordi Ross Robinson. Tutto, dall’attitudine alla composizione, rimanda a quel periodo. Le tecniche di registrazione ed incisione non fanno eccezione: abbandonate le basi elettroniche della recente svolta industrial la band torna ad incidere tutte le parti strumentali su un’unica traccia. In realtà l’operazione non raggiunge l’effetto desiderato, al contrario finisce per mettere in risalto le differenze ed il momento di crisi compositiva attuale. Il singolo Oildale (Leave Me Alone) suona come già sentito, senza raggiungere le vette del passato e privo di un ritornello “ad effetto” come i vecchi successi Freak On a Leash o Falling Away From Me. La voce è messa sempre in primo piano e si sente la mancanza dei membri storici Brian “Head” Welch alla chitarra e David Silveria alla batteria. Senza i loro riff i brani sono più piatti e monotoni, senza spunti innovativi e senza grande energia, assente perfino nella voce e nei testi di Davis. A chi ama i Korn Remember Who You Are non può essere totalmente indigesto, ma non resta che una pallida ombra della band che dopo aver vagato tra generi diversi sembra non saper più che direzione prendere. Il monito del titolo dell’album non ha avuto l’effetto desiderato, e ai fan non resta che sperare che invece di tentare di rispolverare il passato i Korn ricomincino a guardare al futuro.
tracklist visibile di seguito:
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Un nome che non ha bisogno di presentazioni, ogni suo disco si porta inevitabilmente dietro grandi aspettative. Ciò vale anche per Euphoria, ancor più perché costituisce il primo album di inediti per Iglesias negli ultimi tre anni. Fin dal primo ascolto è subito chiaro che I like it si candida a diventare il prossimo tormentone estivo, con il suo carattere solare e un po’ tamarro. Il brano è cantato in collaborazione con il rapper Pitbull e contiene un estratto dallo storico brano di Lionel Richie All Night Long, una ulteriore garanzia di successo. Per esser certo di soddisfare tutti i palati, Enrique ha diviso l’album in due parti, cantando alcune canzoni in inglese e altre in spagnolo, preparandosi così al lancio simultaneo del disco in ben 70 Paesi. Completano il disco duetti con artisti internazionali del calibro di Usher e Akon. Euphoria è composto da undici brani omogenei, uniti come di consueto dal filo conduttore dell’amore, passionale e sofferto ma sempre romantico. Il suo è un pop curato e pulito, con una ben calibrata commistione tra melodia e ballabilità. Il cantato è ricco di inflessioni latine, mentre il tessuto musicale si snoda tra classici arrangiamenti pop e ritmi da discoteca come queli di Dirty Dancer, altro brano che promette di rimanere nelle classifiche per molto tempo. Enrique Iglesias: lo si odia o lo si ama. Se appartenete alla prima categoria, state lontani da Euphoria, di certo non ci troverete nulla di nuovo per farvi cambiare idea. Se invece appartenete alla seconda non lasciatevelo scappare, ritroverete il solito Enrique in splendida forma.
Sembrava che la maggiore attenzione per il marketing che per la buona riuscita dei brani avesse decretato la fine di Prince in questi ultimi anni, che con 20ten inaspettatamente risorge dalle proprie ceneri. Non aspettatevi i lampi di genio che sono valsi all’artista il soprannome di Nuovo Duke Ellington, certe vette non si possono raggiungere molte volte nella vita. Aspettatevi però un buon disco ragionato, al passo coi tempi, frutto di uno che senza ombra di dubbio ci sa fare. L’album è ben suonato, ben arrangiato e ben prodotto, ma soprattutto rivela guizzi di innovazione e creatività che sembravano scomparsi e perduti per sempre. Restano saldi i tratti distintivi della musica di Prince: i synth onnipresenti ma variegati e mai pedanti, i riff di chitarra e le ritmiche coinvolgenti che per un attimo proiettano l’ascoltatore nei migliori anni Ottanta, come Lavaux e Walk In Sand. Gli episodi più deboli sono quelli in cui Prince cerca di dimostrarsi al passo coi tempi più di quanto realmente sia, come nell’incerto rap di Sticky Like Glue. Il sound leggermente datato quando si tratta di un artista del calibro di Prince è quasi valore aggiunto, una riprova certa del marchio di fabbrica di una delle figure più importanti del soul degli ultimi decenni. Convincono poco anche le ballate, ma nel complesso il poliedrico artista dimostra ampiamente di poter ancora fare scuola e da 20ten la maggior parte degli artisti attualmente in circolazione ha molto da imparare. E gli ascoltatori, fortunatamente, ancora molto da gustare.
Cosa aspettarsi quando la regina indiscussa della sperimentazione elettronica una delle rock band americane con lo spiccato bisogno di intraprendere sempre nuove direzioni? La risposta è Mount Wittenberg Orca, un disco inclassificabile, o meglio impossibile da ingabbiare in sterili definizioni. L’album contiene sette brani omoegenei, una sorta di lunga suite con variazioni intorno ad un mood, quello epico e sognante che da sempre caratterizza le creazioni della cantante. La voce eterea e cristallina di Bjork fa da protagonista, e data la bellezza e il livello tecnico non potrebbe essere altrimenti, ma anche il tessuto musicale è mirabile, volutamente scarno ed effimero. Insieme Bjork e i Dirty Projectors danno vita ad un sound che, al contrario di quanto ci si sarebbe potuto aspettare, non spinge verso la continua sperimentazione ma si delinea in sfumature effimere, intangibili, come provenienti da mondi lontani. Mount Wittenberg Orca si apre con una On And Ever Onward dai toni eroici, eseguita a cappella, che sembra disegnare nell’aria silenziosi paesaggi collinari immersi nella nebbia, estranei al tempo. Lo sguardo al futuro è accompagnato da quello al passato, come in When The World Comes To An End dal sapore di un vaudeville di altri tempi. Beautiful Mother presenta un giocoso dialogo tra voce e strumenti, ma subito si ritorna a toni più drammatici con la teatrale No Embrace che chiude l’album su toni angoscianti e oscuri. Si arriva alla fine con un senso di non concluso, un po’ per i toni dell’ultimo brano, un po’ per la brevità dell’album, ma soprattutto perché la collaborazione è decisamente riuscita e di questo algido mondo sospeso non ci si stanca facilmente. La speranza è dunque quella di vedere di nuovo Bjork e i Dirty Projectors insieme, magari per un album più lungo.
Si tratta del primo disco registrato in studio dopo quasi un decennio per l’artista e perfomer americana. Il progetto trasforma in pura musica il progetto musicale e teatrale portato in scena dalla Anderson negli ultimi anni, incentrato sul tema dell’identità americana e supportato da vari ospiti, da Kieran Hebden a John Zorn, che hanno contribuito al suo successo. Non è la prima volta del resto che la cantante si cimenta con pièces teatrali dai temi impegnati: risale al 1982 il suo celebre Big Science. Homeland nasce nei ritagli e tempi morti del tour teatrale della Anderson dal 2007 ad oggi, e gradualmente si costituisce come un compendio della musica realizzata dall’eclettica artista negli ultimi trent’anni. La ricetta di Homeland è composta da minimalismo elettronico, performances ora cantate ora recitate, voci filtrate che fanno da contraltare al suono più caldo di violini e tastiere. I temi non sono semplici e i toni non sono leggeri: è chiaro fin dalle prime note di Transitori Life, brano d’apertura che si presenta ai confini dell’elegia funebre. Si prosegue con riflessioni, spesso oscure e apocalittiche, su tutti i principali mali della società moderna, analizzati con occhio lucido e testi arguti: la politica estera americana, la tortura, la crisi economica nazionale e mondiale, la libertà personale, la libertà di culto, il sistema sanitario. Non c’è questione che non passi sotto l’impietoso microscopio della Anderson, senza per questo che l’attenzione al tessuto musicale sia inferiore: voce ed accompagnamento si fondono sempre in perfetta simbiosi e si arricchiscono a vicenda, in un continuo scambio dinamico. Il risultato è un disco pop, ma anche un’opera letteraria alta che oltre a deliziare l’orecchio non mancherà di far riflettere.
CD tracklisting:
1. Transitory Life
2. My Right Eye
3. Thinking of You
4. Strange Perfumes
5. Only an Expert
6. Falling
7. Another Day in America
8. Bodies In Motion
9. Dark Time In The Revolution
10. The Lake
11. The Beginning of Memory
12. Flow
DVD tracklisting:
1. Homeland: The Story Of The Lark
2. Laurie’s Violin
Il loro album di debutto del 2007, Thirst For Romance, ha scalato in pochissimo tempo le classifiche mondiali. A distanza di tre anni il nuovo attesissimo Beneath This Burning Shoreline promette di fare lo stesso. I brani mantengono le caratteristiche che ormai possono essere considerate marchi di fabbrica della band: la contabilità delle melodie, le atmosfere romantiche e un po’ malinconiche, l’attacco sommesso e il successivo crescendo di intensità nel corso del brano. Una formula forse scontata, ma che a quanto pare funziona. Impossibile non fare paragoni con i conterranei Elbow, e forse proprio grazie alla somiglianza i Cherry Ghost hanno raggiunto tanta popolarità in così poco tempo. Il cantato, in particolare, ricorda molto quello della band, ma è proprio negli episodi più personali e distintivi che i Cherry Ghost dimostrano di valere: è il caso di Only A Mother Could e di The Night They Buried Sadie, sorretta da una suadente linea di basso. Rispetto all’album precedente Beneath This Burning Shoreline si distacca leggermente dalla tradizione folk per strizzare l’occhio a tessuti strumentali più complessi e a musiche post-rock. Non per questo i testi passano in secondo piano; al contrario si rivelano più maturi e intimisti, come nella poetica Be My One Hit Wonder. Beneath This Burning Shoreline conferma e supera la qualità del precedente Thirst For Romance, dando prova della validità artistica della band, a tutti gli effetti una promessa della languente scena alternative. Speriamo di sentir presto parlare di nuovo di loro; nell’attesa, godiamoci questo piccolo gioiello.
Admiral Fell Promises è il quarto album dal 2003 dell’alter ego di Mark Kozelek Sun Kil Moon: in queste vesti l’artista propone pezzi interamente cantati e suonati da lui che mantengono l’impronta pacata e malinconica tipica della sua musica. Voce e chitarra bastano per creare un mondo etereo e struggente, ricco di liriche poetiche e con riflessi ironici che spuntano inaspettati qua e là. La registrazione doppia della voce e la delicatezza della chitarra classica pongono immediatamente i brani in una realtà parallela, al di fuori del tempo, delicata ed onirica eppure allo stesso tempo estremamente intensa. La qualità non si perde neppure nei brani più vivaci, con melodie e ritmiche che attingono direttamente alla variegata tradizione del flamenco. Esemplare in questo senso Half Moon Bay, che si snoda dinamicamente su continue variazioni ritmiche. Sam Wong Hotel rivela un delicato contrappunto tra voce e chitarra mentre The Learning Tree e Third And Seneca lasciano maggiore spazio alle poetiche e ricercate liriche di Kozelek. Il mondo di Sun Kil Moon si dispiega alle orecchie degli ascoltatori attraverso piccoli passi, sfumature leggere ma affascinanti. Chi acquisterà il disco attraverso il sito ufficiale dell’artista avrà una sorpresa: un Ep in edizione limitata intitolato I’ll Be There, contenente quattro cover di grandi artisti: Stereolab, Casiotone Fro The Painfully Alone e Jackson 5. Come i lavori precedenti di Sun Kil Moon, Admiral Fell Promises è un disco da gustare lentamente, in silenzio e magari in solitudine, lasciando che si dispieghi in tutta la sua delicata bellezza.